Spese di rappresentanza: la Cassazione ribadisce che senza prova dell’inerenza non sono deducibili
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Le spese di rappresentanza restano uno dei temi più delicati in ambito fiscale, soprattutto quando si tratta di dimostrarne l’effettiva finalità promozionale. Una recente ordinanza della Corte di Cassazione (n. 26553/2025) torna a fare chiarezza: non basta che un costo sia “astrattamente” riconducibile alle spese di rappresentanza; serve la prova concreta della sua inerenza all’attività professionale o d’impresa. In mancanza, la deduzione non è ammessa.
Perché questa ordinanza è importante
La pronuncia conferma un orientamento rigoroso: il contribuente deve dimostrare non solo la natura della spesa, ma anche la sua destinazione effettiva a finalità promozionali. Omaggi, premi, eventi e acquisti di beni di pregio sono deducibili solo se documentati in modo puntuale.
Il caso esaminato dalla Cassazione
Un commercialista aveva dedotto circa 24.280 euro di spese di rappresentanza, tra cui:
acquisto di oggetti di pregio e gioielli destinati (secondo la sua tesi) ai clienti;
premi per studenti di una scuola locale;
acquisto di un vaso d’epoca.
L’Agenzia delle Entrate ha contestato l’assenza di prova dell’inerenza. Sia la CTP che la CTR hanno confermato il recupero a tassazione, e il professionista ha proposto ricorso in Cassazione.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso, chiarendo che:
non è sufficiente che un bene possa rientrare tra le spese di rappresentanza;
serve la prova della destinazione effettiva a finalità promozionali dell’attività professionale;
beni come gioielli o oggetti di pregio possono facilmente essere destinati a finalità personali, se non adeguatamente documentati;
la mancanza di indicazione dei destinatari degli omaggi rende la spesa indeducibile;
è legittima la sanzione ex art. 9, D.Lgs. 471/1997.
Il principio di diritto affermato
“In tema di deducibilità delle spese promozionali da parte del professionista, non è sufficiente la dimostrazione dell’astratta possibilità di ricomprendere un bene tra le spese di rappresentanza. È necessaria la prova che l’acquisto sia stato effettivamente destinato a finalità promozionali dell’attività professionale e non personali.”
Cosa prevede la normativa
Per i professionisti (art. 54-septies TUIR)
deducibilità nei limiti dell’1% dei compensi percepiti;
pagamento obbligatoriamente tracciato;
necessità di documentare la finalità promozionale.
Per le imprese (art. 108, comma 2, TUIR)
La spesa deve essere:
inerente, secondo i criteri del DM 19/11/2008;
ragionevole rispetto all’obiettivo promozionale;
documentata in modo adeguato.
Onere della prova (art. 2697 c.c.)
Ricade sul contribuente, che deve dimostrare:
la natura promozionale della spesa;
la destinazione a clienti/fornitori/partner;
l’assenza di finalità personali.
Esempio pratico
Un consulente con compensi pari a 150.000 euro sostiene 5.000 euro di spese di rappresentanza.
Limite deducibile: 1% = 1.500 euro
Spese eccedenti: 3.500 euro → indeducibili
Per dedurre i 1.500 euro ammessi, deve provare:
destinatari degli omaggi;
finalità promozionale;
pagamento tracciato.
Cosa devono fare professionisti e imprese per evitare contestazioni
✔ Documentare sempre:
elenco nominativo dei destinatari degli omaggi;
inviti a eventi, foto, liste partecipanti;
finalità promozionale dell’iniziativa;
fatture e pagamenti tracciati.
✔ Evitare:
acquisti di beni di pregio senza chiara destinazione professionale;
omaggi generici senza prova di consegna;
spese non coerenti con il settore o con il volume d’affari.
Conclusione
La Cassazione ribadisce un principio fondamentale: la deducibilità delle spese di rappresentanza non è automatica. Serve una prova concreta, puntuale e documentata dell’inerenza. Per professionisti e imprese, ciò significa adottare un approccio rigoroso nella gestione e nella conservazione delle evidenze, per evitare recuperi a tassazione e sanzioni.




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